In alcuni Paesi europei nove movimentazioni pallettizzate su dieci passano già attraverso il pooling. In Italia, invece, il modello ha ancora un grande potenziale da esprimere. Un divario che, letto nella giusta prospettiva, non è un ritardo ma un’opportunità: quella di modernizzare la logistica nazionale seguendo una strada già tracciata altrove, con margini di crescita che i principali operatori del settore osservano con crescente attenzione.
Tra questi c’è CHEP, che in Italia conta oggi oltre 1.600 clienti – più di 160 acquisiti solo nell’ultimo anno fiscale – una rete di oltre 26.000 punti di raccolta e più di 30 centri servizi sul territorio, inserita in un ecosistema europeo che supera i 300.000 partner della supply chain. Alessia Pascariello, Direttrice Commerciale di CHEP Italia, descrive un mercato in piena trasformazione, spinto da tre forze convergenti: “il mercato del pallet pooling sta vivendo una fase di forte evoluzione, trainata da tre grandi fattori: la ricerca di maggiore efficienza nelle supply chain, la crescente attenzione ai requisiti normativi europei sulla sostenibilità e la necessità di ridurre la complessità operativa. In Europa il pooling è ormai considerato uno standard consolidato in molti settori, soprattutto nel largo consumo, nel beverage, nel food e nella distribuzione moderna. In alcuni Paesi europei il livello di adozione supera il 90% delle movimentazioni pallettizzate, mentre l’Italia presenta ancora ampi margini di sviluppo. Questo rappresenta una grande opportunità per le aziende italiane che vogliono modernizzare i propri processi logistici”.
Non si tratta solo di numeri di mercato, ma di un cambio di mentalità che sta attraversando le imprese italiane. Sempre più aziende, spiega Pascariello, scelgono di uscire dalla gestione diretta del proprio parco pallet per affidarla a chi ne ha fatto un mestiere: “Osserviamo una crescente adesione da parte di aziende che fino a pochi anni fa gestivano direttamente il proprio parco pallet. Oggi sempre più organizzazioni preferiscono concentrarsi sul proprio core business e affidare la gestione degli asset logistici a operatori specializzati”.
Un modello che spinge l’economia circolare
Dietro questa scelta c’è un principio che precede di decenni il dibattito attuale sulla sostenibilità: quello dell’economia circolare, applicato a un oggetto tanto semplice quanto strategico come il pallet.
La differenza rispetto alla gestione tradizionale, secondo Pascariello, non è di dettaglio ma di natura: “l’’economia circolare non è un concetto teorico per CHEP: è il principio su cui si fonda il nostro modello di business da oltre settant’anni. Nel modello tradizionale i pallet vengono acquistati, utilizzati e spesso gestiti in modo frammentato, generando inefficienze, perdita di valore e spreco di risorse.
Nel modello CHEP, invece, i pallet vengono condivisi tra molteplici aziende all’interno di un circuito chiuso di riutilizzo. Dopo ogni utilizzo, i pallet vengono recuperati da CHEP, ispezionati, riparati se necessario e reimmessi nel network. Questo consente di massimizzarne il ciclo di vita e ridurre drasticamente il consumo di materie prime. La differenza sostanziale è che il cliente non acquista un pallet, ma accede a un servizio completo. CHEP si occupa della disponibilità degli asset, della qualità, della manutenzione e della gestione logistica. Questo approccio trasforma il pallet da semplice bene fisico a infrastruttura condivisa della supply chain. Inoltre, tutti i pallet CHEP provengono da legno certificato e vengono costantemente ricondizionati per mantenere standard qualitativi elevati e costanti”.
Benefici misurabili, non solo dichiarati
Al netto della retorica sulla sostenibilità che accompagna spesso questo tipo di modelli, la domanda che le aziende si pongono resta concreta: quali vantaggi effettivi, quantificabili, produce l’adesione al pooling?
Pascariello indica tre dimensioni su cui i risultati sono verificabili: “i benefici sono concreti e misurabili su tre dimensioni fondamentali.
La prima è quella ambientale. Studi indipendenti di Life Cycle Assessment dimostrano che il modello CHEP genera un impatto inferiore rispetto ai sistemi tradizionali di interscambio in tutte le principali categorie ambientali considerate: utilizzo delle risorse, generazione di rifiuti ed emissioni di CO₂. La seconda riguarda l’efficienza operativa. Grazie alla standardizzazione delle attrezzature e a rigorosi processi di controllo qualità, i pallet CHEP sono particolarmente adatti agli impianti automatizzati, riducendo il rischio di fermate di linea, danni ai prodotti e inefficienze di movimentazione. La terza dimensione è la continuità del business. Grazie alla capillarità del network, i clienti hanno accesso a pallet disponibili quando e dove servono, anche in presenza di picchi di domanda o tensioni nella catena di approvvigionamento. A livello sistemico, ogni azienda che entra nel network contribuisce a rafforzare l’intera supply chain: più riutilizzo, meno sprechi, minore necessità di produrre nuovi pallet e maggiore resilienza dell’ecosistema logistico complessivo”.
Estratto dell’articolo pubblicato completo sul numero di Settembre 2026 de Il Giornale della Logistica




