La logistica sta cambiando molto rapidamente, evolvendo sempre più verso attività light industrial svolte grazie a nuove professionalità e nuovi processi. È una trasformazione che gli operatori del settore vivono ogni giorno, ma qual è dal suo punto di vista la percezione dell’esterno? Viene riconosciuto il valore di questo cambiamento?
È un percorso di riconoscimento lungo e complesso, ma credo che ci troviamo a buon punto. Perché si possa procedere in questo percorso, però, fondamentale è la narrazione che viene fatta del comparto logistico. Le parole sono importanti quasi e forse più dei fatti.
Cioè?
È indispensabile rafforzare le basi di questo cambiamento valorizzando quella che a noi piace chiamare “la bella logistica”, ossia una catena di realtà integrate tra loro che si impegnano nel progredire in sinergia. Una logistica che ha i suoi pilastri fondanti nell’innovazione, nella trasparenza, nell’impegno, nella sostenibilità sociale e ambientale. E tutto questo inizia decisamente a farsi vedere.
In che modo?
Lo vediamo su un piano estetico, con magazzini che non sono più le big box di una volta, ma spazi gradevoli da vedere e da vivere. E ancor più lo vediamo nell’attenzione ai lavoratori e alla qualità del lavoro, nell’impegno verso le comunità in cui le logistiche si insediano. Un progresso che vediamo certificato da standard qualitativi sempre più alti, con certificazioni LEED o BREEAM in cui l’Italia si posiziona tra i livelli più alti d’Europa. Noi siamo molto soddisfatti di aver conseguito più di una certificazione Platinum e vogliamo continuare a spingere in alto.
I punti forti di questa nuova logistica, dunque, sono molti.
Possiamo dire che l’opera è compiuta?
No, non ancora. Abbiamo dei solidi pilastri, ma ancora mancano le travi, la copertura, la facciata… è indispensabile continuare a lavorarci insieme. Il percorso è lungo perché siamo nel pieno di un’evoluzione che non sappiamo ancora bene dove ci porterà. Pensiamo, per esempio, all’impatto dell’AI. Sembra un tema che non tocca direttamente la logistica, ma in realtà ogni cosa è collegata. Pensiamo, per esempio, un big player come Amazon cosa ha potuto realizzare in ambito AI con AWS, utilizzando i dati raccolti dalle proprie attività di e-commerce e, quindi, di logistica.
Questo è solo un esempio, più in generale dobbiamo guardare a un contesto in cui tutto è collegato e a creare le connessioni è proprio la logistica. Pensi alle opportunità abilitate dall’economia circolare: nulla sarebbe possibile senza la logistica.
Vuole fare un esempio?
Prendiamo due mondi apparentemente distanti: l’agribusiness e il fashion. Oggi il mondo della moda sente sempre più pressante l’esigenza di rendere più sostenibili i propri processi, a partire dalle materie prime, con il ricorso a fibre naturali e riutilizzabili. La filiera agricola può rispondere al meglio a questa esigenza e a creare l’incontro tra le due supply chain non può che essere la logistica.
La logistica, davvero, è al centro di tutto. È importante riconoscere questo valore.
È questa la parte che ancora manca, il riconoscimento.
Non dobbiamo mollare, è importante continuare a parlarne. Soprattutto oggi che ci sono delle difficoltà oggettive – di contesto sia nazionale sia macroeconomico – che rischiano di rallentare il processo in atto. È proprio questo il momento di alzare il tiro, fare proposte anche più audaci per stimolare il mercato e il pensiero critico, nonostante le notizie negative che si sentono.
Zone grige di cui la logistica è ancora affetta
Da rilevare, in positivo, è che le notizie che vengono riportate dalle cronache e che parlano di pratiche scorrette ancora oggi presenti nel comparto ci dicono al contempo che tali pratiche non sono più accettabili e che, quindi, tanto sta cambiando. E se a oggi ancora fa rumore un illecito rilevato, dovremmo dare spazio anche alle buone pratiche che sempre più si diffondono. Costruire una palestra all’interno di un magazzino in cui le operations saranno affidate a delle cooperative esterne è un esempio concreto di quanto stia cambiando la cultura nella logistica e che direzione stia prendendo. Parla di un cambiamento radicale del modo di lavorare e percepire i lavoratori.
Oggi nei magazzini operano professionalità completamente nuove, evolute
Oggi le piattaforme logistiche sono un concentrato di innovazione in cui operano figure diverse di altissima professionalità. Non solo ingegneri e informatici, ma anche l’operatore che guida il carrello elevatore o che effettua il picking deve avere competenze digitali e tecnologiche evolute, prima non richieste. La progettazione dei magazzini come spazi di lavoro al passo con i tempi può contribuire anche all’attrattività del settore stesso, nota critica in un contesto che soffre di carenza di manodopera.
Nuovi spazi di lavoro che, sempre più spesso, sorgono in aree recuperate e rigenerate
Lavorare in aree brownfield, ad oggi, è una nostra priorità. È l’unico modo per operare in maniera davvero sostenibile e restituire valore alle comunità locali e al territorio. Un modo di progettare pensando all’oggi, ma anche e soprattutto al domani, in un dialogo costruttivo tra tutte le parti coinvolte. Un dialogo indispensabile per ribadire che la logistica non è “sporca, brutta e cattiva”, ma può anzi essere un’occasione di riscatto dal degrado. Qui, davvero, possiamo rispondere con i fatti alle perplessità che ancora, a volte, vengono sollevate dalle amministrazioni.
È parte della sfida che affrontiamo ogni giorno ed è forse la parte più interessante e stimolante.
Perché?
Perché i problemi esistono, ma è importante lavorare insieme alle soluzioni. Soluzioni che vanno sperimentate, messe alla prova, adattate e fatte evolvere in base ai cambiamenti che viviamo. Bisogna farlo come una squadra, facendo fronte comune, integrando il senso di responsabilità del singolo al senso di appartenenza a una realtà più grande.
Non è solo una partita di diritti e doveri. È questione di riuscire ad essere forti quando c’è un momento di difficoltà e continuare a immaginare qualcosa di più rispetto a quanto già oggi c’è.
Il vostro ruolo, quindi, è fare proposte che innalzino l’asticella a livello qualitativo?
Sì, ne sono convinto. Anche se lato committenza vediamo interlocutori sempre più preparati, con idee molto chiare rispetto a quello che vogliono, con standard qualitativi molto alti, mettendo la salute e il benessere dei lavoratori al centro. Quando andiamo a progettare una nuova piattaforma logistica non parliamo più solo di quali merci e di come saranno gestite, ma parliamo anche e soprattutto delle persone, dei loro bisogni e, perché no, dei loro desideri.
Ecco, quindi, che a lato o all’interno dei magazzini vengono realizzati anche campi da padel o percorsi vita o – come in un truck village che stiamo sviluppando in Veneto – un centro medico pensato per tutelare la salute degli autisti.
Le belle idee ci sono e sono tante, bisogna dar loro concretezza. Non bisogna mai perdere questa voglia di provare a far qualcosa di più e meglio.
E di raccontarlo per diffondere una cultura condivisa.
Esatto. Pensi, per esempio, a come è cambiata l’interazione tra gli immobili logistici e il territorio. A lungo si è parlato esclusivamente di “aree verdi” come qualcosa di evitabile e quasi mal sopportato. Oggi, finalmente, anche nel real estate logistico sviluppiamo veri e propri progetti di landscaping, in grado di ridisegnare il territorio, mitigando l’impatto costruttivo e valorizzandone le specificità.
E ciò ha ancora più valore quando parliamo di rigenerazione. Ormai per noi brownfield è sinonimo di opportunità.
Nonostante tutte le complessità che sono insite nei progetti di recupero?
Si tratta per noi di opportunità preziose di ricucire uno strappo nel tessuto urbano e sociale. Vi sono delle situazioni in cui questo non è possibile perché il livello di inquinamento è tale da inibire qualsiasi progetto di recupero, ma nella maggior parte dei casi si possono sviluppare progetti molto interessanti, a vantaggio di tutte le realtà coinvolte. La rigenerazione di spazi brownfield è per il nostro settore la migliore e più completa espressione di economia circolare. L’unico modo per pensare davvero al futuro.
In che modo dare valore al passato permette di guardare al futuro?
A lungo si sono progettati immobili secondo una prospettiva fine a sé stessa. Progettisti in gamba che non si ponevano, però, una domanda fondamentale: che cosa ne sarà di questo immobile da qui a venti, cinquant’anni? Oggi, invece, progettando secondo le logiche dell’economia circolare, disegniamo immobili che avranno un futuro al di là della destinazione d’uso immediata, realizzati con materiali di recupero che potranno avere nuova vita quando si renderà necessario.
Dimostriamo, in questo modo, di aver imparato la lezione.
Secondo lei, però, l’attuale contesto di mercato consente di avere questa visione? Di investire in innovazione che non sempre il mercato è pronto a riconoscere?
È necessario lavorare con chi riconosce il valore di questa innovazione e permette così il diffondersi di nuove buone pratiche. In questa direzione stiamo lavorando molto bene con gli owner occupier che hanno molta voglia di realizzare qualcosa di nuovo e di bello per le proprie persone. E questo entusiasmo da parte della committenza ci dà una grande energia.
E da parte degli operatori logistici?
Vediamo che al momento c’è un po’ più di prudenza. I 3PL ci raccontano di un’oggettiva difficoltà a sostenere economicamente investimenti che non hanno poi un immediato riconoscimento da parte della committenza. Non riescono a raggiungere questo plus.
C’è da dire, però, che spesso ci si ferma a sensazioni “di pancia”. Se correttamente quantificato a livello di costo, questo plus non è affatto irraggiungibile e, soprattutto, porta valore apparentemente intangibile ma che in realtà può davvero fare la differenza a livello competitivo.
Serve, quindi, una prospettiva di più ampio respiro?
Decisamente. E sono convinto che i cambiamenti in atto a livello logistico, anche nelle relazioni tra operatori logistici e committenza, potranno dare questa nuova prospettiva più a lungo termine. Di nuovo, serve un impegno comune e di capacità di ragionare non solo sulla contingenza ma in logica di ciclo. È quello che servirebbe anche per dare maggior senso ai Bilanci di Sostenibilità che a breve diventeranno un obbligo di legge.
- Nome e cognome: Filippo Salis
Luogo e data di nascita: Sassari 20.03.1976
Formazione: Laurea in Ingegneria a Pavia e Master al Politecnico di Milano
Attività professionale: Ingegnere e Imprenditore
Hobby e passioni: Cinema, Lettura, Padel
Libro sul comodino: Il dono della gioia – Vito Mancuso
Punto di forza: Creatività e grande visione del futuro
Tallone d’Achille: A volte eccessivamente esigente
Francesca Saporiti
Estratto dell’articolo pubblicato completo sul numero di Marzo 2025 de Il Giornale della Logistica








